Nuovi orizzonti

The long shadow

Il post precedente si chiudeva con l’intenzione di riprendere a fotografare regolarmente con l’inizio del nuovo anno, ma, come spesso mi è accaduto negli ultimi mesi, il tempo da dedicare agli scatti mi è letteralmente mancato, nonostante abbia sempre portato in tasca la mia Lumix. Per la verità sono riuscito a trovare un paio di occasioni per alcuni scatti, ma li ho lasciati sulle schede di memoria.

Il buon proposito con cui ho chiuso il 2012 non si è ancora realizzato. Per fortuna siamo soltanto all’inizio del 2013.

E per fortuna la tecnologia mi dà una mano. Da una settimana, infatti, ho comperato il mio primo smartphone per necessità lavorative, ma una delle prime risorse che ho sperimentato è stata la fotocamera integrata. E mi sono subito esaltato per le possibilità offerte dalla mobile photography, ovvero della fotografia praticata con cellulare: scatta, elabora, condividi. Tutto in pochissimi clic!

La fotografia di questo post è la prima immagine che ho realizzato interamente con il mio smartphone. Ho eseguito lo scatto e l’ho elaborato regolando il contrasto e la saturazione dei colori. Ho aggiunto il consueto watermark (un po’ piccolo, per la verità, ma mi devo abituare alle proporzioni su uno schermo di 4 pollici) e mi sono concesso il vezzo di un effetto preimpostato con cui ho aggiunto una leggera vignettatura. Poi mi sono collegato al mio account Flickr e ho pubblicato l’immagine.

Confesso che fino a poco tempo fa ero piuttosto scettico riguardo alla mobile photography, perché non sopporto l’omologazione dovuta al successo di applicazioni come Instagram. Mi sono reso conto, però, che non è la tecnologia in sè a essere buona o cattiva, utile o inutile… come sempre, invece, è l’uso che ne si fa. Per quanto mi riguarda si tratta di un nuovo orizzonte, perché mi permette di scattare immagini in modo diverso da quanto faccio con la reflex e con la compatta.

Può capitare che in alcuni casi voglia eseguire uno scatto rapidamente, ritoccarlo il minimo indispensabile e pubblicarlo subito in rete per condividerlo tramite un social network. Probabilmente non sarà perfetto come se l’avessi scattato con una macchina fotografica e l’avessi elaborato con calma, ma questi possono essere aspetti secondari. D’altronde pratico e predico da tempo la street photography secondo l’idea per cui il mezzo fotografico non deve avere il sopravvento sulla fotografia!

A tale proposito ritengo utile riportare le parole di Nobuyoshi Araki sul suo connazionale Daido Moriyama:

“Per molto tempo il fotografo è stato schiavo della macchina fotografica. Una buona camera, una buona lente, la Leica, etc. – queste cose erano i padroni dei fotografo. Ma in un certo senso Daido Moriyama è un fotografo che ha iniziato a fare della macchina fotografica la propria schiava. La fotografia non è fatta dalla macchina. E’ ovvio che si abbia bisogno di una macchina fotografica. Se si vuole scrivere una romantica lettera d’amore, si ha bisogno di un qualche strumento con cui scriverla. Ma qualsiasi cosa – una matita o una penna – è adatta.”

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Nessun padrone nessun dio

C’è una bellissima citazione del fotografo Nobuyoshi Araki sul suo connazionale Daido Moriyama:

“The photographer has been a slave to the camera for a long time. Good camera, good lens, Leica, etc – these were the masters of the photographers. But in a way, Daido Moriyama is a photographer who started to make the camera his slave. Photography is not about the camera. Of course we need the camera. If you want to write a romantic love letter, we need some tool to write it with. But anything – a pencil or ballpoint pen – is fine.”

Traduco le parole di Araki: “Per molto tempo il fotografo è stato schiavo della macchina fotografica. Una buona camera, una buona lente, la Leica, etc. – queste cose erano i padroni dei fotografo. Ma in un certo senso Daido Moriyama è un fotografo che ha iniziato a fare della macchina fotografica la propria schiava. La fotografia non è fatta dalla macchina. E’ ovvio che si abbia bisogno di una macchina fotografica. Se si vuole scrivere una romantica lettera d’amore, si ha bisogno di un qualche strumento con cui scriverla. Ma qualsiasi cosa – una matita o una penna – è adatta.”

La citazione del fotografo giapponese e la foto del post, che ho scattato proprio oggi, mi hanno fornito lo spunto per una riflessione sul rapporto tra fotografo e macchina fotografica. Mi riferisco in particolare ai cosiddetti “amatori evoluti”, cioè coloro che hanno una discreta conoscenza tecnica, praticano la fotografia con costanza e, spesso, hanno anche velleità artistiche.

In molti casi gli “amatori evoluti” diventano veri e propri “schiavi” della macchina fotografica: sembra che la capacità di fotografare dipenda dall’attrezzatura a cui devono obbedire. Ho potuto osservare comportamenti ricorrenti di questo tipo e ho deciso di stilare una lista delle diverse tipologie di “schiavo”. Premetto che non voglio scrivere un post troppo serio. Non vuole essere, infatti, un’analisi approfondita ma una semplice descrizione ironica di “amatori evoluti” che ho potuto osservare o persino conoscere.

1. Schiavo dell’aggiornamento dell’attrezzatura

Una delle tipologie più generiche e più diffuse: se esce un aggiornamento di un corpo macchina, di una lente o di un qualsiasi accessorio, questo schiavo deve subito cambiare la propria attrezzatura.

Se prima dell’aggiornamento la sua attrezzatura era ilnon plus ultra, con cui otteneva immagini straordinarie, dopo l’aggiornamento è diventata l’equivalente di un ferrovecchio.

La sua unica salvezza è il costo dell’attrezzatura, che è l’unico motivo per cui non passa immediatamente da una Nikon D300 a una Nikon D300S.

2. Schiavo dei megapixels

Un’altra tipologia molto diffusa, che in un certo senso fa parte della categoria precedente. Questo tipo di schiavo è ossessionato dal numero di megapixels, probabilmente perché plagiato dall’aggressivo marketing che insiste sulla straordinaria resa del nuovo sensore da fantastilioni di megapixels.

Lo schiavo dei megapixels spesso non sa come funzionano i sensori, non si rende conto che la questione della risoluzione è molto più complicata di quanto si possa esprimere con una cifra e soprattutto non capiscono che la qualità di un’immagine, e non solo quella tecnica, non si può valutare soltanto daimegapixels.

Per questo tipo di schiavo consiglio la lettura dell’articolo Il mito dei megapixels sul sito di Ken Rockwell.

3. Schiavo della nitidezza

Questo tipologia è meno frequente perché riguarda un aspetto più tecnico e controverso: la nitidezza di una lente. A parte che è sempre difficile definire in modo chiaro e corretto quello che si intenda per nitidezza, ancora più difficile è valutare la differenza di nitidezza tra due lenti, se non attraversotest specialistici.

Questi schiavi sono spesso dei tennici, come direbbe il grande Stefano Benni. Sono quelli che ti elencano dati a sostegno delle loro tesi, dati che, come è ovvio, non hanno raccolto personalmente ma “per sentito dire”. Sono sicurissimi di poterti indicare come e perché una lente abbia un’ottima nitidezza e come e perché un’altra sia di fatto un fondo di bottiglia. Come se una buona foto dipendesse essenzialmente dalla nitidezza…

Per capire meglio il discorso di questi tennici consiglio l’articolo specialistico Risoluzione, nitidezza e curve MTF.

4. Schiavo della marca

Una delle tipologie più diffuse, che risponde alla tipica domanda “Sei Nikonista o Canonista?” con un atto di fede. D’altronde a domande stupide non si può che dare risposte dello stesso livello. Buone fotografie non sono garantite da una marca piuttosto che da un’altra.

Tengo a precisare che anche Pentax, Sony, Panasonic, Fujifilm, Olympus etc. producono maccine fotografiche e accessori di ottima qualità.

5. Schiavo del (finto) vintage

Una tipologia molto particolare, che ha una connotazione anche estetica. Lo schiavo del (finto) vintage è quello per cui le foto migliori si ottengono con una Rolleiflex, una Diana, una Lomo, una Polaroid.

Peccato che spesso si atteggino ad amanti del vintage e non vadano alla ricerca di Rolleiflex, Diana, Lomo o Polaroid originali: acquistano le nuove versioni per apparire come fotografi molto cool.

6. Schiavo dell’analogico

Questa tipologia è una delle più fastidiose. Lo schiavo dell’analogico spesso ha iniziato a fotografare con una reflex digitale e si è convertito all’analogico per un’illuminazione mistica. Da quel momento ha iniziato a predicare il culto della pellicola disprezzando il digitale. La sua è una fede cieca.

Nella maggior parte dei casi non sa dare neppure una motivazione apparentemente sensata per cui la pellicola sia meglio del digitale. Semplicemente per questo tipo di schiavo l’analogico è meglio del digitale. La superiorità della pellicola è un dogma. Il digitale è il male assoluto, che ha contaminato la “vera essenza” della fotografia.

Provate a chiedergli come si sviluppa e si stampa la pellicola e spesso lo. Nella maggior parte dei casi, infatti, lo schiavo dell’analogico non ha mai messo piede in una camera oscura, per quanto si dica amante della pellicola. Domandategli la differenza tra ASA e ISO e vedrete il panico sul suo volto. Se siete davvero crudeli, allora provate a parlargli di DIN…

7. Schiavo dello zoom

Questa tipologia è abbastanza diffusa, anche se nell’ultimo periodo sembra in diminuzione per la (ri)scoperta delle focali fisse. Lo schiavo dello zoom si pone continuamente la questione dell’escursione e la confronta con i suoi simili. Come gli uomini che confrontano la potenza dei motori delle macchine o altri attributi più intimi. D’altronde non c’è bisogno di un Freud per associare lo zoom all’organo genitale maschile con tutti i complessi che ne conseguono…

A questo schiavo non passa nemmeno per la testa che molte volte è sufficiente allontanarsi o avvicinarsi al soggetto per comporre l’inquadratura come desidera… d’altronde ha uno zoom, no?! Il problema è che non ha un’escursione sufficiente! Peccato che non abbia per le mani un 18-600mm! Magari si può accontentare di un Nikkor 180-600mm f/8.0 ED

8. Schiavo del fishye

Questa tipologia è di schiavo si oppone al precedente come una nemesi. Per lui tutto ciò che è fotografato con un fisheye è automaticamente straordinario. Sembra, però, che anche questa tipologia di schiavo stia scomparendo, forse perché di recente anche i registi di video hip-hop hanno compreso che inquadrature dal basso con un fisheye alla lunga stancano.

Comunque per restare in tema vi propongo Fisheye paradigm dei Future shock. Yo!

9. Schiavo della reflex

Questo schiavo è molto comune. Lereflex digitali garantiscono ottima qualità, sono piuttosto semplici da utilizzare e, almeno leentry level, hanno prezzi accessibili.

Lo schiavo della reflex è convinto che con una compatta non si possano scattare ottime foto. La macchina fotografica deve avere lo specchio. La macchina fotografica deve avere obiettivi intercambiabili. La macchina fotografica deve essere usata in modalità manuale.

Peccato che molte volte lo schiavo della reflex non si prenda la briga di conoscere e quindi di sfruttare la macchina. Non sa come funziona lo specchio, anzi non sa come funziona la macchina in generale. Non ha altri obiettivi oltre allo zoom standard che ha comperato in kit con il corpo. Soprattutto non usa la modalità manuale, ma usa lareflex completamente in automatico, giustificando tale comportamento con il fatto che “beh!, oggi la funzione automatica è talmente evoluta che dà ottimi risultati. E comunque con il manuale non è che guadagni poi chissà cosa!”.

Insomma, questo schiavo si accontenta di avere una reflex in mano ed è convinto che questo basti per fargli fare ottime foto.

10. Schiavo degli accessori

Un’altra tipologia non troppo comune, ma che ogni tanto si può incontrare. Lo schiavo degli accessori gira di solito con una borsa zeppa di qualunque cosa, perché “non si sa mai”. Portandosi dietro flash, gelatine, treppiedi, cavetti, paraluce, riflessi, filtri e tutto ciò che sta nella borsa, non può che usarli anche per lo scatto più semplice. Questo schiavo è lo one man band della fotografia.

Di solito questo schiavo è condizionato da troppe letture di libri e forum tennici in cui ha raccolto in maniera indiscriminata nozioni su quali accessori sono utili in una data situazione piuttosto che in un’altra. Per paura di trovarsi impreparato sovraccarica la borsa e al momento dello scatto si barcamena tra filtri ND, treppiede, paraluce e flash, che spesso usa anche quando fotografa un panorama “per maggiore sicurezza”.

Questo schiavo si trova anche nella simpatica versione alla MacGyver: frequentando i siti di DIY photography, crea molti aggeggi con le sue mani, che ovviamente vuole testare sul campo. Molte volte tali aggeggi sono inutili e gli fanno perdere tempo prezioso, che invece avrebbe potuto dedicare allo scatto preoccupandosi semplicemente di inquadratura, messa a fuoco ed esposizione.

Mi sono divertito a scrivere questo post senza troppe pretese. Non ho voluto stilare una classifica, ma una semplice lista di quei comportamenti eccessivi, a volte addirittura feticisti, che caratterizzano molti “amatori evoluti”. Per la verità avrei potuto continuare la lista, ma ho preferito fermarmi a dieci tipologie per non rischiare di diventare noioso. Magari la continuerò in un altro post. Nell’attesa consiglio la lettura di 10 tipi di fotografi da cui stare alla larga di Michele Cirillo, a cui il mio post è indirettamente debitore.

Like a stray dog: photoblog

Questo photoblog non era sufficiente! Neppure il progetto e l’omonimo gruppo su Flickr erano sufficienti!

E allora ecco un nuovo photoblog: Like a stray dog.

Il titolo, che richiama la famosa foto Stray dog del maestro Daido Moriyama, è identico a quello del progetto e del gruppo. Il photoblog, a cui ho applicato l’eccellente template Duotone, nasce come una sorta di diario attraverso cui mostrare una selezione dei miei scatti e condividere alcune riflessioni sulla street photography.

Non escludo che in futuro ci possa essere un’evoluzione e possa considerare di ampliare il photoblog fornendo informazioni e risorse sulla street photography, per cui al momento rimando a siti già esaurienti. Penso, però, che resterà semplicemente un blog concentrato sulla mia personale attività fotografica per le strade. Si tratta innanzitutto di una scelta, perché non voglio correre il rischio di impelagarmi in disquisizioni sull’essenza e sulla pratica della street photography. Tuttavia è anche una necessità, perché devo cercare di contenere le dimensioni dei miei progetti on-line. Oltre ai due photoblog devo seguire l’account Flickr e il sito dedicato alla mia attività professionale di video editor e motiongrapher. E come se tutto ciò non fosse più che sufficiente, ho in mente di aprire un photoblog per il progetto su Vimercate… ma questa è un’altra storia e l’affronterò in futuro!

Ritratto con Pentax Spotmatic F

Portrait with Pentax Spotmatic F

Ritratto scattato da Kibaneko a Genova Sabato 5 Marzo.

Giusto per dire che ci sono ancora e continuo a fotografare, nonostante non abbia più aggiornato il photoblog da oltre due mesi (dall’ultimo Natale, per la precisione).

Ho avuto pochissimo tempo per fotografare e ancora meno per concentrarmi sui post che avrei voluto scrivere.

La sezione Appunti di viaggio è ancora in standby. Per quanto possa sembrare incredibile, in un anno non sono riuscito a scrivere il reportage sul viaggio a Budapest. Nel frattempo se ne sono accumulati altri che avrei voluto scrivere e che vorrei scrivere, su tutti quello dedicati a Santo Stefano Belbo e ai luoghi pavesiani e quello sul viaggio estivo in Borgogna.
Avrei voluto scrivere altre recensioni sulle mostre che visito, come quella di Steve McCurry a Perugia e soprattutto quella di Daido Moriyama a Modena, e sui libri che leggo, come How to shoot a reportage – Brutally practical tips and tricks di Enzo Dal Verme . Anche questa sezione è in standby, sempre a causa del tempo che non è mai sufficiente. Incredibile ma vero, come si dice!

Se nei prossimi giorni avrò finalmente un po’ di tempo libero, come spero e credo, finalmente potrò riprendere i miei progetti fotografici, elaborare le centinaia e centinaia (non esagero!) di scatti che ho dovuto lasciare indietro e aggiornare il blog con maggiore frequenza. A tale proposito posso dire che partirò dalla recensione del libro di Enzo Dal Verme, poi scriverò della mostra di Daido Moriyama e dell’influenza che la fotografia di questo maestro ha avuto sul mio modo di pensare la fotografia e di fotografare.

Like a stray dog

Big eyes

Manichini e cartellone pubblicitario nella vetrina di un negozio del centro di Lubiana (Slovenia).

La foto, che ho intitolato Occhi grandi, è la prima che ho messo nella galleria del gruppo Flickr Like a stray dog che ho creato pochi giorni fa.

Il gruppo, il cui titolo in italiano suona Come un cane randagio, è dedicato alla street photography ed è contemporaneamente un omaggio al grande fotografo giapponese Daido Moriyama. Infatti ho voluto presentare questo gruppo con questa sua frase:

For me, photography is not a means by which to create beautiful art, but a unique way of encountering genuine reality.

La citazione dice, parafrasandola, che la fotografia non è un semplice mezzo per creare dell’arte, per quanto possa essere bella, ma un mezzo per entrare in contatto con la realtà nel modo più autentico possibile. Ho sempre condiviso quest’idea, ma ho sempre pensato che ci fossero pochi artisti capaci di esprimerla completamente. Daido Moriyama è sicuramente uno di questi.

Adoro il modo di concepire e usare la fotografia del maestro giapponese, perché non si cura in modo maniacale della tecnica, cosa che, invece, oggi sembra la principale preoccupazioni di molti fotografi, siano essi professionisti o amatori. A questo proposito è illuminante il documentario intitolato Memoires of a dog su e con Daido Moryiama, che illustra praticamente il suo modo di fotografare accompagnando lo spettatore per le vie della sua Tokyo e di altre città, che costituiscono il suo soggetto preferito.

Per ritornare al gruppo, le linee guida sono molto semplici: è un gruppo dedicato alla street photography, perciò viene limitata la tipologia di soggetti, anche se poi non ci sono limitazioni eccessivamente rigide; al contrario è richiesto che le foto siano in bianco e nero; sono graditi il contrasto elevato, la grana, e in generale tutto ciò non rientra in quei canoni che si possono definire tipici di una “buona” fotografia, perciò anche esposizione sballata per eccesso o difetto, sporcature varie, flare etc. l’importante che tutto ciò contribuisca a rendere ogni scatto più affascinante.
Per il momento è possibile inviare due foto al giorno, che dovranno essere approvate dall’amministratore, che poi è il sottoscritto; questo è semplicemente un modo per garantire che il gruppo non si riempia di foto poco coerenti con lo spirito per il quale è stato creato.
Certo non escludo che tali linee guida potranno cambiare in futuro, se il gruppo crescerà e ci sarà la collaborazione di altri stray dog, come ho definito i partecipanti generici, nel ruolo di white dog, cioè moderatore, o black dog, cioè amministratore – una nomenclatura di mia invenzione.

Per quanto riguarda l’immagine non voglio dilungarmi in spiegazioni. Mi limito a dire che è un omaggio esplicito a Daido Moriyama. L’ho scattata a 1600 ISO non soltanto perchè la luce era scarsa, ma anche perché volevo sperimentare la resa della grana data dal rumore digitale e confrontarla con quella che posso aggiungere in post-produzione. E devo dire che scattando a ISO elevati si ottengono risultati più soddisfacenti!
Per quanto riguarda la post-produzione, ho sviluppato il RAW in Capture NX sistemando il contrasto, poi in Photoshop l’ho convertito in bianco e nero, ho esasperato ulteriormente il contrasto, ho rifilato leggermente i bordi, ho creato un alone più scuro lungo i quattro lati per concentrare l’attenzione sul centro dell’immagine, quindi l’ho ridimensionata a 1024px in orizzontale, ho convertito il profilo colore in sRGB e ho esportato in JPEG alla massima qualità.

Dati EFIX della foto.

Indirizzo del gruppo Like a stray dog su Flickr: http://www.flickr.com/groups/likeastraydog

Daido Moriyama Photo Foundation – sito ufficiale del fotografo giapponese.