Una rosa solitaria

Solitary rose

Per le strade di Milano, tra le strade congestionate dal traffico e i palazzoni di cemento, ogni tanto spuntano le rose.

Spesso ci muoviamo con troppa fretta, persi nella concitazione dei ritmi quotidiani, e ignoriamo i dettagli che ci circondano. Ogni tanto, però, lo sguardo che scivola sulla superficie della città è attratto da un’immagine, che per un momento lo cattura.

Camminando per le strade con sguardo attento è possibile cogliere immagini che forse non avremmo creduto possibili, o che semplicemente non avevamo mai immaginato. E una compatta sempre in tasca permette di fissarle su pixel, come ho scritto in Photography is not about the camera:

Io cerco sempre di portare in tasca una compatta pronta all’uso per non lasciarmi sfuggire immagini che voglio immortalare su pixel (una volta avrei detto su pellicola!). Per me la compatta è come la penna che ho sempre in tasca: un mezzo per prendere appunti. Con la penna prendo appunti scrivendo su un taccuino, mentre la compatta mi permette di registrare appunti visivi della realtà.

Basta sgomberi!

Stop evictions!

Non è passata neppure una settimana da quando ho parlato di Macao, dell’occupazione degli spazi abbandonati come la Torre Galfa, di una visione di un’altra Milano.

Oggi, andando al lavoro, apprendo dello sgombero della Torre Galfa. Puntuale come temuto. Fomentato da chi si indigna per l’occupazione della proprietà privata altrui, nemmeno della propria, che viene difesa come se fosse un suolo sacro e inviolabile.

Qui non è tanto questione di Macao in sè, di simpatie, di chi se la cava sputando contro quelli che dice radical chic o hipster, senza nemmeno sapere davvero cosa fanno quelle associazioni.

La questione è l’uso che si vuole fare dello spazio urbano, in una città e in un paese deturpato da troppe costruzioni lasciate a metà, iniziate per speculare su terreni, appalti e progetti che non devono essere necessariamente terminati.

La questione è schierarsi, almeno moralmente, dalla parte dei troppi ligresti che speculano sugli spazi per fini personali o dalla parte di cittadini che vogliono offrire alla città luoghi di cultura.

Macao: visioni di un’altra Milano

A Milano c’è la Torre Galfa, all’incrocio tra la via Galvani e la via Fara, proprio dietro alla Stazione Centrale. E’ un grattacielo di 31 piani ormai abbandonato da anni.

A Milano ci sono decine, anzi centinaia di “lavoratori dell’arte” che vogliono impossessarsi degli spazi abbandonati e riportarli in vita come centri culturali.

Così il 5 maggio al primo piano della Torre Galfa nasce Macao, un nuovo centro per la arti costruito da cittadini per i cittadini.

Macao è innanzitutto la visione di un’altra Milano. Una Milano che non vuole essere più impaurita dagli spauracchi agitati dal fu sceriffo De Corato, per intenderci quello che dichiarò guerra a Cox 18. Una Milano che vuole far tornare la creatività un pilastro fondamentale della vita culturale ma anche economica del Paese.

Ecco alcune visioni di quest’altra Milano, appunti visivi di una serata a Macao.

Macao, Milano #01
Macao, Milano #02
Macao, Milano #03
Macao, Milano #04
Macao, Milano #05
Macao, Milano #06
Macao, Milano #07Macao, Milano #08
Macao, Milano #09

Nessun padrone nessun dio

No masters no gods

C’è una bellissima citazione del fotografo Nobuyoshi Araki sul suo connazionale Daido Moriyama:

“The photographer has been a slave to the camera for a long time. Good camera, good lens, Leica, etc – these were the masters of the photographers. But in a way, Daido Moriyama is a photographer who started to make the camera his slave. Photography is not about the camera. Of course we need the camera. If you want to write a romantic love letter, we need some tool to write it with. But anything – a pencil or ballpoint pen – is fine.”

Traduco le parole di Araki: “Per molto tempo il fotografo è stato schiavo della macchina fotografica. Una buona camera, una buona lente, la Leica, etc. – queste cose erano i padroni dei fotografo. Ma in un certo senso Daido Moriyama è un fotografo che ha iniziato a fare della macchina fotografica la propria schiava. La fotografia non è fatta dalla macchina. E’ ovvio che si abbia bisogno di una macchina fotografica. Se si vuole scrivere una romantica lettera d’amore, si ha bisogno di un qualche strumento con cui scriverla. Ma qualsiasi cosa – una matita o una penna – è adatta.”

La citazione del fotografo giapponese e la foto del post, che ho scattato proprio oggi, mi hanno fornito lo spunto per una riflessione sul rapporto tra fotografo e macchina fotografica. Mi riferisco in particolare ai cosiddetti “amatori evoluti”, cioè coloro che hanno una discreta conoscenza tecnica, praticano la fotografia con costanza e, spesso, hanno anche velleità artistiche.

In molti casi gli “amatori evoluti” diventano veri e propri “schiavi” della macchina fotografica: sembra che la capacità di fotografare dipenda dall’attrezzatura a cui devono obbedire. Ho potuto osservare comportamenti ricorrenti di questo tipo e ho deciso di stilare una lista delle diverse tipologie di “schiavo”. Premetto che non voglio scrivere un post troppo serio. Non vuole essere, infatti, un’analisi approfondita ma una semplice descrizione ironica di “amatori evoluti” che ho potuto osservare o persino conoscere.

1. Schiavo dell’aggiornamento dell’attrezzatura

Una delle tipologie più generiche e più diffuse: se esce un aggiornamento di un corpo macchina, di una lente o di un qualsiasi accessorio, questo schiavo deve subito cambiare la propria attrezzatura.

Se prima dell’aggiornamento la sua attrezzatura era ilnon plus ultra, con cui otteneva immagini straordinarie, dopo l’aggiornamento è diventata l’equivalente di un ferrovecchio.

La sua unica salvezza è il costo dell’attrezzatura, che è l’unico motivo per cui non passa immediatamente da una Nikon D300 a una Nikon D300S.

2. Schiavo dei megapixels

Un’altra tipologia molto diffusa, che in un certo senso fa parte della categoria precedente. Questo tipo di schiavo è ossessionato dal numero di megapixels, probabilmente perché plagiato dall’aggressivo marketing che insiste sulla straordinaria resa del nuovo sensore da fantastilioni di megapixels.

Lo schiavo dei megapixels spesso non sa come funzionano i sensori, non si rende conto che la questione della risoluzione è molto più complicata di quanto si possa esprimere con una cifra e soprattutto non capiscono che la qualità di un’immagine, e non solo quella tecnica, non si può valutare soltanto daimegapixels.

Per questo tipo di schiavo consiglio la lettura dell’articolo Il mito dei megapixels sul sito di Ken Rockwell.

3. Schiavo della nitidezza

Questo tipologia è meno frequente perché riguarda un aspetto più tecnico e controverso: la nitidezza di una lente. A parte che è sempre difficile definire in modo chiaro e corretto quello che si intenda per nitidezza, ancora più difficile è valutare la differenza di nitidezza tra due lenti, se non attraversotest specialistici.

Questi schiavi sono spesso dei tennici, come direbbe il grande Stefano Benni. Sono quelli che ti elencano dati a sostegno delle loro tesi, dati che, come è ovvio, non hanno raccolto personalmente ma “per sentito dire”. Sono sicurissimi di poterti indicare come e perché una lente abbia un’ottima nitidezza e come e perché un’altra sia di fatto un fondo di bottiglia. Come se una buona foto dipendesse essenzialmente dalla nitidezza…

Per capire meglio il discorso di questi tennici consiglio l’articolo specialistico Risoluzione, nitidezza e curve MTF.

4. Schiavo della marca

Una delle tipologie più diffuse, che risponde alla tipica domanda “Sei Nikonista o Canonista?” con un atto di fede. D’altronde a domande stupide non si può che dare risposte dello stesso livello. Buone fotografie non sono garantite da una marca piuttosto che da un’altra.

Tengo a precisare che anche Pentax, Sony, Panasonic, Fujifilm, Olympus etc. producono maccine fotografiche e accessori di ottima qualità.

5. Schiavo del (finto) vintage

Una tipologia molto particolare, che ha una connotazione anche estetica. Lo schiavo del (finto) vintage è quello per cui le foto migliori si ottengono con una Rolleiflex, una Diana, una Lomo, una Polaroid.

Peccato che spesso si atteggino ad amanti del vintage e non vadano alla ricerca di Rolleiflex, Diana, Lomo o Polaroid originali: acquistano le nuove versioni per apparire come fotografi molto cool.

6. Schiavo dell’analogico

Questa tipologia è una delle più fastidiose. Lo schiavo dell’analogico spesso ha iniziato a fotografare con una reflex digitale e si è convertito all’analogico per un’illuminazione mistica. Da quel momento ha iniziato a predicare il culto della pellicola disprezzando il digitale. La sua è una fede cieca.

Nella maggior parte dei casi non sa dare neppure una motivazione apparentemente sensata per cui la pellicola sia meglio del digitale. Semplicemente per questo tipo di schiavo l’analogico è meglio del digitale. La superiorità della pellicola è un dogma. Il digitale è il male assoluto, che ha contaminato la “vera essenza” della fotografia.

Provate a chiedergli come si sviluppa e si stampa la pellicola e spesso lo. Nella maggior parte dei casi, infatti, lo schiavo dell’analogico non ha mai messo piede in una camera oscura, per quanto si dica amante della pellicola. Domandategli la differenza tra ASA e ISO e vedrete il panico sul suo volto. Se siete davvero crudeli, allora provate a parlargli di DIN…

7. Schiavo dello zoom

Questa tipologia è abbastanza diffusa, anche se nell’ultimo periodo sembra in diminuzione per la (ri)scoperta delle focali fisse. Lo schiavo dello zoom si pone continuamente la questione dell’escursione e la confronta con i suoi simili. Come gli uomini che confrontano la potenza dei motori delle macchine o altri attributi più intimi. D’altronde non c’è bisogno di un Freud per associare lo zoom all’organo genitale maschile con tutti i complessi che ne conseguono…

A questo schiavo non passa nemmeno per la testa che molte volte è sufficiente allontanarsi o avvicinarsi al soggetto per comporre l’inquadratura come desidera… d’altronde ha uno zoom, no?! Il problema è che non ha un’escursione sufficiente! Peccato che non abbia per le mani un 18-600mm! Magari si può accontentare di un Nikkor 180-600mm f/8.0 ED

8. Schiavo del fishye

Questa tipologia è di schiavo si oppone al precedente come una nemesi. Per lui tutto ciò che è fotografato con un fisheye è automaticamente straordinario. Sembra, però, che anche questa tipologia di schiavo stia scomparendo, forse perché di recente anche i registi di video hip-hop hanno compreso che inquadrature dal basso con un fisheye alla lunga stancano.

Comunque per restare in tema vi propongo Fisheye paradigm dei Future shock. Yo!

9. Schiavo della reflex

Questo schiavo è molto comune. Lereflex digitali garantiscono ottima qualità, sono piuttosto semplici da utilizzare e, almeno leentry level, hanno prezzi accessibili.

Lo schiavo della reflex è convinto che con una compatta non si possano scattare ottime foto. La macchina fotografica deve avere lo specchio. La macchina fotografica deve avere obiettivi intercambiabili. La macchina fotografica deve essere usata in modalità manuale.

Peccato che molte volte lo schiavo della reflex non si prenda la briga di conoscere e quindi di sfruttare la macchina. Non sa come funziona lo specchio, anzi non sa come funziona la macchina in generale. Non ha altri obiettivi oltre allo zoom standard che ha comperato in kit con il corpo. Soprattutto non usa la modalità manuale, ma usa lareflex completamente in automatico, giustificando tale comportamento con il fatto che “beh!, oggi la funzione automatica è talmente evoluta che dà ottimi risultati. E comunque con il manuale non è che guadagni poi chissà cosa!”.

Insomma, questo schiavo si accontenta di avere una reflex in mano ed è convinto che questo basti per fargli fare ottime foto.

10. Schiavo degli accessori

Un’altra tipologia non troppo comune, ma che ogni tanto si può incontrare. Lo schiavo degli accessori gira di solito con una borsa zeppa di qualunque cosa, perché “non si sa mai”. Portandosi dietro flash, gelatine, treppiedi, cavetti, paraluce, riflessi, filtri e tutto ciò che sta nella borsa, non può che usarli anche per lo scatto più semplice. Questo schiavo è lo one man band della fotografia.

Di solito questo schiavo è condizionato da troppe letture di libri e forum tennici in cui ha raccolto in maniera indiscriminata nozioni su quali accessori sono utili in una data situazione piuttosto che in un’altra. Per paura di trovarsi impreparato sovraccarica la borsa e al momento dello scatto si barcamena tra filtri ND, treppiede, paraluce e flash, che spesso usa anche quando fotografa un panorama “per maggiore sicurezza”.

Questo schiavo si trova anche nella simpatica versione alla MacGyver: frequentando i siti di DIY photography, crea molti aggeggi con le sue mani, che ovviamente vuole testare sul campo. Molte volte tali aggeggi sono inutili e gli fanno perdere tempo prezioso, che invece avrebbe potuto dedicare allo scatto preoccupandosi semplicemente di inquadratura, messa a fuoco ed esposizione.

Mi sono divertito a scrivere questo post senza troppe pretese. Non ho voluto stilare una classifica, ma una semplice lista di quei comportamenti eccessivi, a volte addirittura feticisti, che caratterizzano molti “amatori evoluti”. Per la verità avrei potuto continuare la lista, ma ho preferito fermarmi a dieci tipologie per non rischiare di diventare noioso. Magari la continuerò in un altro post. Nell’attesa consiglio la lettura di 10 tipi di fotografi da cui stare alla larga di Michele Cirillo, a cui il mio post è indirettamente debitore.

Il fascino dell’imperfezione

Praying

Foto scattata con la vecchia Nikon Coolpix E3700 a Milano, camminando di fretta.

Come ho già scritto più volte, non sono un fanatico della perfezione tecnica né un malato dell’aggiornamento a tutti i costi. Mi piace rispolverare tecnologie, per così dire, antiche come l’analogica Pentax Spotmatic F o la superata (in termini di prestazioni) Coolpix E3700, la mia prima compatta digitale. A tale proposito segnalo questo articolo di Eric Kim, che delinea il vantaggio dell’uso di una point and shoot camera per la street photography: 5 reasons why you should use a point and shoot for street photography.

Per quanto riguarda la Pentax ho già parlato del fascino dell’imprevidibilità della pellciola. La compatta, invece, esalta il fascino dell’imperfezione.

Capita di essere di fretta e di camminare a passo svelto per non perdere un treno. Capita di passare per una via di Milano piena di scritte e disegni sui muri, soggetti che mi piace sempre fotografare in puro stile Like a stray dog. Tiro fuori la Coolpix dalla tasca, l’accendo e rallentando solo leggermente l’andatura scatto una serie di foto alle tracce urbane che mi circondano. Il risultato non può essere tecnicamente ottimale, come sarebbe stato se mi fossi fermato con la reflex e avessi curato composizione, messa a fuoco, tempo ed esposizione, ma le immagini che risultano da tali scatti possono avere un loro fascino particolare. Il fascino dell’imperfezione.

Giallo su nero

Yellow on black #01

Anemone giallo (Anemone ranunculoides) fotografato con l’ausilio del flash SB-800 con gelatina honlphoto 1/4 CTO.

Nel post Primavera, che ho scritto pochi giorni fa, mi ero ripromesso di dedicare più tempo alla fotografia macro concentrandomi in particolare su fiori e alberi. Sabato scorso ho finalmente vinto la pigrizia di queste ultime settimane e ho fatto un giro in biciletta per il Parco del Molgora, a Vimercate (MB). Ovviamente mi sono portato dietro la macchina fotografica, il cavalletto e tutti gli accessori per dedicarmi con tranquillità a scatti macro.

Ho dedicato le prime foto a un anemone giallo (Anemone ranunculoides), che ha catturato la mia attenzione per il suo brillante colore. Essendo munito di tutta la mia attrezzatura, non ho potuto resistere alla tentazione di fare qualche scatto sperimentando con il flash SB-800 munito di gelatine honlphoto (il mio acquisto più recente). Il risultato che avevo in mente era molto semplice: valorizzare al massimo le forme e il colore del fiore, isolandolo dal prato circostante.

Per realizzare lo scatto ho montato l’obiettivo Sigma 105 Macro e ho impostato la macchina a 200 ISO con un diaframma f/11 e un tempo di scatto di 1/800; per sicurezza ho compensato l’esposizione a  +2/3, anche se in questo caso mi sono affidato ben poco all’esposimetro della macchina. La fonte di luce non è stata costituita tanto dal sole, che filtrava a fatica tra le fronde degli alberi, ma dal flash con potenza pari a 1/2 e con una glatina honlphoto 1/4 CTO per bilanciare la luce del lampo con quella ambientale. Ho posizionato lo speedlight off camera molto vicino al fiore, perché, con un diaframma piuttosto chiuso e un tempo di scatto elevato, il soggetto fosse illuminato a sufficienza.

Per essere preciso devo dire che ho fatto un paio di tentativi prima di trovare la combinazione corretta di diaframma/tempo/potenza del flash e per direzionare correttamente lo speedlight verso il soggetto. Volevo riuscire a creare un’illuminazione che desse profondità al soggetto, ma evitando ombre troppo estese e troppo dure.

Ecco un altro scatto dell’anemone giallo con le impostazioni che ho appena descritto:

Yellow on black #02

Lo scatto è stato soltanto la prima fase necessaria a ottenere l’immagine finale. In questo caso la post-produzione ha giocato un ruolo fondamentale, perché, nonostante fossi piuttosto soddisfatto della resa iniziale, ho dovuto elaborare i file più di quanto faccia di solito.

Dopo aver sviluppato i file RAW in Capture NX 2, li ho aperti in Adobe Photoshop per un ulteriore sviluppo. Ho sistemato le imperfezioni del fiore, e più in generale dello scatto, con gli strumenti di clonazione. Poi ho usato un livello di regolazione curve per scaldare l’immagine, perché il bilanciamento del bianco impostato in gradi Kelvin tendeva leggermente al ciano; con lo stesso strumento ho anche aumentato il contrasto. Infine ho creato un livello di regolazione riempito con grigio al 50% con metodo di fusione sovrapponi, su cui ho agito con lo strumento scherma per schiarire le ombre sui petali.

Ho poi utilizzato una serie di livelli per rendere più brillante il giallo e più denso il verde dei fili d’erba che s’intravedono. Ora non mi dilungo a spiegare i singoli passaggi, ma mi limito a dire che ho utilizzato una procedura molto simile a quella descritta nel tutorial che ho pubblicato sul mio sito con il titolo Giocando con i colori.

Infine ho eseguito la solita procedura per preparare l’immagine per il web: ridimensionamento a 1024px sul lato più lungo; sharpening, che ho applicato selettivamente sugli stami; conversione colore in sRGB a 8bit; salvataggio in JPEG alla massima qualità.

Ecco un’altra immagine dell’anemone:

Yello on black #03

Dati EFIX della foto.

Primavera

White and yellow

Foto scattata sulle colline di Santo Stefano Belbo nell’aprile del 2010.

In questo inizio di 2012 ho dedicato ben poco tempo alla fotografia, se si esclude il progetto 125_gday, che ha costituito la quasi totalità dei post di questo photoblog negli ultimi mesi.

Oggi è iniziata ufficialmente la primavera, stagione ideale per escursioni fotografiche. Con la nuova stagione, che dovrebbe garantire un clima più ideale per scatti all’aria aperta, riprenderò a dedicarmi alla fotografia.

Voglio dedicarmi in particolare alla fotografia macro di fiori e piante, che costituiscono soggetti interessantissimi a cui mi sono dedicato solo occasionalmente. Fotografare fiori e piante ha un qualcosa di zen, se così si può dire. Soprattutto quando si trovano piccole oasi di verde ai margini della città e si riesce ad avere la sensazione di essere distantissimi dal cemento e dalla confusione del traffico e dal vociare della gente… almeno per il tempo di qualche scatto!

Le colline di Santo Stefano Belbo sono sicuramente un ottimo posto da cui (ri)partire. Amo la valle del Belbo, anche se ne conosco una minima parte. A volte, però, non è necessario cercare un luogo troppo distante, ma è sufficiente spostarsi di pochi chilometri da casa propria. Di sicuro un altro punto di partenza sarà l’esplorazione della Brianza, che ancora offre luoghi in cui i fiori e le piante non sono state sostituite dal cemento.

Per un nuovo anno di street photography

Sad Santa

Un Babbo Natale triste (almeno questa è la mia impressione) nella vetrina di un negozio di Siena.

Le festività natalizie sono ormai passate ed è finito anche il 2011.

Ho scattato le ultime foto dell’anno appena trascorso a Siena e, come ormai accade da un po’ di tempo, si tratta prevalentemente di immagini nello spirito del gruppo Like a stray dog, che potete trovare su Flickr.

Per me il 2011 è stato un buon anno dal punto di vista fotografico, perché ho avuto la possibilità di visitare molte città, tra cui Lisbona, e di scattare molte foto interessanti. Il mio archivio si è ulteriormente ampliato e molte sono le immagini che devo ancora sistemare e pubblicare. Non soltanto foto di carattere street, ma queste rimangono la parte prevalente. Street nel senso di foto scattate camminando per le strade delle città che ho visitato, in una personalissima pratica di photowalking. Infatti tendo a fotografare più le cose che le persone, perciò pratico la street photography in modo più ampio del senso classico.

Cosa mi aspetto dal 2012?

Innanzitutto di avere (ancora) più tempo da dedicare alla fotografia, cioè di avere la possibilità di visitare città e luoghi interessanti, accompagnato come sempre dalla mia Nikon D80 (e in qualche occasione anche dalla Ashai Pentax Spotmatic F con tanto di pellicola in bianco e nero) e da un taccuino Moleskine per gli appunti. La meta della prossima estate è Kiev, capitale dell’Ucraina, ma è solo un’idea.

A proposito di appunti di viaggio, forse riuscirò finalmente a scrivere sintetici reportage su Budapest, i percorsi pavesiani e ovviamente Lisbona. Non necessariamente in tale ordine…

Per quanto riguarda gli altri progetti fotografici ho due priorità: ampliare il numero di utenti del gruppo Like a stray dog, che al momento conta 71 membri per oltre 800 foto, e iniziare a organizzare le immagini per i due libri di fotografia che ho in mente.

Il primo libro su cui vorrei lavorare ha il titolo provvisorio di Tracce urbane. Consiste in una raccolta di foto di genere rigorosamente street, in bianco e nero, che mostrino il rapporto tra l’uomo e la città. L’idea è qualle di utilizzare due tipi di immagini che fanno parte del progetto Like a stray dog, cioè tag e scritte su muri, saracinesche etc. e manifesti di pubblicità, eventi etc. Scritte e manifesti sono per la città quello che le rughe sono per un viso: segno di una vita vissuta.

Il secondo libro è sempre legato alla città e consiste in una selezione di fotografie che mostrino varie città italiane ed estere da punti di vista non usuali. Ho già parlato di tale argomento in altri articoli e ho già accennato all’idea di realizzare un libro sull’argomento. Ora è il momento di mettersi al lavoro! Tra i viaggi all’estero e soprattutto in Italia ho ormai un discreto numero di fotografie tra cui scegliere… certo mi mancano molte città più famose, ma questo progetto è un work in progress che potrà essere aggiornato con il passare del tempo.

Insomma, dall’anno appena iniziato mi aspetto soprattutto molto tempo da dedicare alla fotografia e in particolare ai miei progetti di street photography. Non mi resta che augurare altrettanto ai fedeli lettori di questo blog (lo so, lo so… dovrei scrivere con maggiore frequenza!) e a tutti i membri del gruppo Like a stray dog.

Dati EFIX della foto.

Tutta un’altra pasta…

Red flower

… mi riferisco alla pellicola!

Sistemando alcuni album di foto scattate con la mia gloriosa Pentax Spotmatic F mi sono imbattuto nella foto di questo fiore e sono rimasto letteralmente folgorato da questa foto. Ho pensato: non c’è storia, le foto bisogna vederle stampate… e comunque la pellicola ha una pasta che il digitale non riesce ad eguagliare!

Lo so, io sono sempre il primo a dire che è concettualmente sbagliato pretendere che il digitale sia uguale all’analogico. Sono sempre il primo a dire che si tratta di due mezzi simili, che, però, hanno caratteristiche che li rende differenti e ciascuno ha pregi e difetti che mancano all’altro. Sono sempre il primo a dire che al di là del mezzo l’importante è l’essenza della fotografia etc.

Nonostante ciò quando vedo la stampa di un’immagine scattata in pellicola non riesco a non ammirare la pasta che restituisce colori così pieni, così densi che sembra quasi possibile toccarli… una sensazione che le foto scattate in digitale riescono a farmi provare raramente!

Sarà forse che mi viene sempre più voglia di recuperare rullini, sia in bianco e nero che a colori, e dedicarmi nuovamente alla pellicola con continuità… e magari imparare a sviluppare e a stampare! Per il momento, comunque, mi accontento di recuperare le mie foto in pellicola e di digitalizzarle. Inoltre proprio scansionando questa fotografia ho scoperto che il passaggio dallo scanner esalta ulteriormente la pasta del’immagine stampata in modo molto interessante.